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Bar hi-tech nei nuovi spazi del marchio Fiorucci

Fonte: ilsole24ore.com

di Cristiana Raffa

19 aprile 2013

Investimento sul retail per Fiorucci, il brand che ha segnato la storia della moda introducendo i concetti di life style e total look molto prima che fossero chiamati così. Tra i primi concept store al mondo, quello di Elio Fiorucci in San Babila a Milano, ha dettato lo stile per un paio di decenni. Negli anni ’90 il marchio fu acquistato dai giapponesi produttori di jeans Edwin Company Ltd, e oggi, per mantenere un fatturato di 40 milioni di euro, punta di nuovo tutto sul retail e su tante tipologie di prodotti (20 licenze e operazioni di co-branding in Europa, per occhiali, orologi, profumi e altro), tutti con lo storico logo degli angioletti vittoriani disegnati da Italo Lupi.

Tra i recenti accordi di licenza quello con Junior Star Srl per la produzione e oggettistica di design e con Miriade Spa per pelletteria e calzature.
Il mood è lo stesso, pop e scanzonato, dinamico e giovane, quello che tutti conoscono. «Abbiamo inaugurato il sesto spazio retail a Termoli – spiega Edouard Obringer, direttore generale di Fiorucci – e siamo contenti di averlo fatto nel centro di una città piccola che non ha la varietà di scelta che si può trovare a Milano o a Roma».

Nel negozio (nella foto qui in alto) i clienti potranno trovare un bar e connessione internet, oltre a iPad a loro disposizione. «Nei prossimi mesi ci saranno eventi culturali dedicati alla musica, alla presentazione di libri e reading, appuntamenti per bambini e mamme e tante altre iniziative che animeranno la città molisana», precisa Obringer aggiungendo che il negozio è la conversione di un bar che la proprietaria, Palmira Sorgetti, ha voluto rivedere proponendo lei stessa molte delle novità.

Il primo dei Pocket Store, piccoli monomarca, è stato inaugurato a Capri (poi Napoli, Bari, Roma e lo spazio presso la Hitgallery in via Manzoni a Milano); l’accordo con Ikea ha permesso di realizzare ambienti simili, ma declinati in base allo spazio, in stretta collaborazione tra le due aziende. Tutti aperti in franchising.

Il mercato sudamericano, che rappresenta il 30% del fatturato, ha visto recentemente l’apertura di sei nuovi negozi. «Avevamo bisogno di visibilità, di stare sulla strada. La collaborazione con Ikea fa sì che i nostri ambienti retail siano familiari per i clienti». Le prossime novità sono un altro negozio monomarca a Ischia, tra pochi giorni, ad agosto a Istanbul, e corner in grandi magazzini come El Corte Inglés in Spagna.

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Franchising, in Italia più sicuro.

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Il franchising italiano è il più sicuro al mondo

L’Italia non è più solo simbolo di buona cucina, o di cattivo governo, ma finalmente diventa un modello internazionale per la sicurezza del suo franchising. La nuova legge sull’affiliazione commerciale, entrata in vigore nel maggio del 2004, conquista sempre più consensi, ora anche negli Stati d’oltre oceano.
Le peculiarità positive del franchising in Italia risultano molteplici, ma per poterle evidenziare bisogna analizzare fino in fondo la normativa.

Innanzitutto si è chiarito cosa si intende per franchising: con questo termine si indica il contratto stipulato da due parti, il franchisor e il franchisee secondo il quale il primo concede al secondo l’uso di diritti di sua proprietà industriale o intellettuale, riferita a marchi, prodotti, insegne, assistenza o altro materiale, in modo tale che il franchisee sia inserito in una rete di affiliati già distribuita sul territorio. Il franchising può spaziare in diversi ambiti socio-economici.

Bisogna sottolineare che la nuova legge ha applicazione su qualunque tipo di contratto franchising, anche il Master o il Corner. Tale contratto deve essere redatto in forma scritta, o sarà ritenuto nullo, e deve avere un minimo di durata di tre anni. In più l’affiliante deve aver già sperimentato la forma di franchising prima di aprire possibili contratti di affiliazione con interessati.

Posti i presupposti dell’ambito di applicazione e della durata contrattuale, la legge ha precisato nonché arricchito il contenuto del contratto: devono infatti essere obbligatoriamente indicati l’ammontare della fee d’ingresso (una somma di denaro che l’affiliato deve versare all’affiliante per accedere al network; spesso sono inclusi anche i costi di progettazione e di primo allestimento) che deve essere pagato prima  che inizi la sua attività; specificare l’esistenza di eventuali royalties (il costo di tutte le prestazioni offerte dall’affiliante nel contratto e per le quali questi esige una remunerazione, quali l’assistenza tecnica, commerciale..) e le modalità di pagamento; la spiegazione del proprio know how, ovvero la cessione del “patrimonio segreto” di conoscenze acquisite dal franchisor; le condizioni di rinnovo, risoluzione o chiusura del contratto.

Giungiamo, dunque, all’innovazione inclusa in questa legge: è stato, infatti, introdotto il D.I.P. ovvero il documento informativo precontrattuale. Tale fascicolo deve essere presentato al potenziale affiliato 30 giorni prima della firma del contratto franchising. In questo documento l’interessato riceverà le informazioni necessarie ad avere un quadro più competo dell’ambito del franchising scelto, e delle reali possibilità di investirvi. Nello specifico saranno contenuti:

– i dati anagrafici dell’affiliante e, se richiesto, anche il rendiconto degli ultimi anni di attività;
– un sunto delle caratteristiche dell’attività e del settore di competenza;
– l’indicazione dei marchi utilizzati nel sistema, e annesse le date di registrazione o di deposito;
– un elenco con il nome di tutti gli affiliati e dei punti vendita che fanno riferimento al franchisor: sarà inoltre sottolineato il conteggio totale di affiliati anno per anno, con relativi contratti chiusi o rinnovati, oltre che l’ubicazione territoriale di riferimento.
– i possibili processi giudiziari che sono stati aperti contro o a favore dell’affiliante sempre inerenti la sua attività, nonché il loro esito, positivo o negativo che sia.

E’ assolutamente indiscutibile come la nuova legge sia totalmente rivolta alla tutela dell’affiliato, visti i numerosi casi di vendite fasulle che hanno quasi portato l’affidabilità del franchising in Italia allo sgretolamento. Infatti con la nuova legge, se uno solo dei punti che abbiamo citato, inerenti al contratto stesso, o al D.I.P. siano ritenuti falsi o non del tutto attendibili, il franchisee ha l’opportunità di poter annullare il proprio impegno, senza conseguenze alcune. In più si garantisce la presenza sul mercato del franchising soltanto di affilianti seri e precisi, nonché del tutto affidabili e a norma di legge.

Non è quindi un caso che gli altri Stati abbiano deciso di innalzare l’Italia finalmente a vero e proprio modello internazionale per la normativa del franchising. Infatti già Francia e Spagna e, solo ultimamente, il governo federale americano, unitamente ad altri 15 Stati del paese a stelle e strisce, hanno deciso di introdurre il “disclosure”, documento che richiama, se non imita del tutto, il documento informativo precontrattuale.
Sembra quindi che l’introduzione di questa legge in Italia – e la sua ripresa anche nei paesi d’oltre oceano – abbia definitivamente sentenziato il sistema di franchising italiano come il più sicuro al mondo.

Giovanni Zappalà  –  CRM Service

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Offerta stand in fiera

Chancexpo.it

Chancexpo è la principale manifestazione dedicata a “fare impresa-franchising” del Centro e Sud Italia. Saranno presenti le principali start-up del momento oltre le maggiori e consolidate catene nazionali ed internazionali, che proporranno molteplici possibilità di affiliazione.

Ampie saranno le aree dedicate ai servizi di supporto al franchising quali la ricerca di potenziali affiliati, la ricerca di location, i finanziamenti, l’arredamento, i servizi gestionali e logistici.

Grande spazio verrà dato all’orientamento e alla formazione, attraverso seminari e workshop, consulenze gratuite e seminari informativi.

Il tutto verrà strutturato per favorire il matching tra domanda e offerta, anche attraverso gli screening delle richieste ed incontri mirati con prospect profilati.

La nostra offerta

 

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Italiani sempre più pigri ai fornelli Aumentano le aziende di piatti pronti

Fonte: italiaatavola.net

30/01/2012

 

Secondo un’elaborazione della Camera di commercio di Milano su dati registro imprese al terzo trimestre 2010 e 2011, aumentano del 7,1% le aziende che producono piatti pronti, precotti e take away. Per concentrazione di imprese la prima regione è la Lombardia, che precede di un soffio la Campania

Italiani sempre più pigri in cucina: aumentano del 7,1% le imprese che producono piatti pronti, precotti e take away, portando a 30.297 le attività nel 2011, contro le quasi 28.300 del 2010, con un peso del 33,9% sul totale delle imprese italiane del settore alimentare. è quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano su dati registro imprese al terzo trimestre 2010 e 2011.

Ma in generale è tutto il sistema alimentare a crescere, del 2,4% in un anno, con punte in Lombardia (5,5%), Molise (4%) e Umbria (3,6%). Per concentrazione di imprese prima è la Lombardia che precede di un soffio la Campania (11,4% e 11,1% il peso delle rispettive regioni); sul podio anche la Sicilia, con il 10,7% delle imprese nazionali. Tra le province, Napoli guida la classifica con 4.524 imprese (5,1% del totale italiano), seguita da Roma (4.243, 4,8%), Torino (2.856, 3,2%) e Milano (2.756, 3,1%).

Tra i settori più dinamici, considerando i valori assoluti, spiccano i dati relativi alle imprese che producono pasti da asporto con 29.595 attività e un peso pari al 33,2% del totale del settore alimentare, in crescita del 7% rispetto al 2010. Numerosi anche i produttori di pane e prodotti di pasticceria (26.752 attività, 30% del totale) e i produttori di paste alimentari e cous cous (5.169 attività, 5,8%).

Tra le principali specializzazioni delle regioni italiane troviamo la Campania, unica produttrice nazionale di sidro e altri vini a base di frutta e prima nella lavorazione e conservazione di frutta e ortaggi (243 imprese, 28,5%) come nella produzione di zucchero (6 imprese, 21,4%). La Lombardia si distingue nella produzione di margarina e di grassi commestibili simili (9 imprese, 56,3%), la Sicilia nella lavorazione e conservazione di pesce, crostacei e molluschi (140 imprese, 22,5%), la Puglia nella produzione di vini (304, 16,3%) e nella produzione di fette biscottate, biscotti e prodotti di pasticceria conservati (276, 16,6%).

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Asiago sfida il panino

Una competizione aperta a ristoratori, negozianti e consumatori sul tema del pregiato formaggio Asiago

Fonte Bargiornale.it Marina Bellati

12 Aprile 2013

Il panino è da tempo “territorio” su cui anche i grandi chef si sono cimentati, da Gualtiero Marchesi a Moreno Cedroni a Claudio Sadler, solo per citarne qualcuno. Insomma, un cibo tanto popolare può essere interpretato in chiave innovativa e di qualità.
È da questo presupposto che prende il via “Asiago CheeSfida”, promossa dal Consorzio Tutela Formaggio Asiago. Proprio il panino abbinato al formaggio Asiago DOP, Fresco o Stagionato è difatti il protagonista della competizione proposta sul sito del Consorzio, che intende mette alla prova quattro categorie di partecipanti: ristoratori (categoria che comprende anche bar, paninoteche, pizzerie), negozianti di prodotti alimentari, i foodblogger e il grande pubblico di appassionati.

Il meccanismo della gara
Ideata come una sfida calcistica, Asiago CheeSfida prende il via con il girone di andata, dall’1 marzo al 5 maggio, dedicato all’iscrizione dei partecipanti, che dovranno compilare un apposito format sul sito, con la ricetta del loro panino. A seguire, dall’1 al 20 maggio, le qualificazioni, con la selezione delle ricette più votate su Facebook e successive fasi ad eliminazione (maggio-giugno), tutte online. Una competizione che conta sulla prestigiosa collaborazione dell’Università del Gusto, centro di formazione d’eccellenza nel settore food di Confcommercio Vicenza, e sulla partecipazione dei suoi chef, docenti alla giuria di qualità presieduta da un’apprezzata food stylist.
Il concorso si conclude con un finale dal vivo, l’11 luglio, in programma nella sede dell’Università del Gusto, quando ogni finalista sarà chiamato a realizzare il proprio panino davanti ad una giuria. In palio, per i primi tre classificati, un iPad, un iPad Mini e un week end di relax per due persone ad Asiago.

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A.A.A. PIZZAIOLI QUALIFICATI CERCANSI

Fonte: lamadia.com

12/4/2013

 

Nelle pizzerie italiane c’è bisogno di circa seimila pizzaioli qualificati, ma nonostante la crisi e la disoccupazione si fa fatica a trovarli. È la sintesi estrema di un più ampio report del centro studi Fipe, la federazione italiana pubblici esercizi aderente a Confcommercio Imprese per l’Italia, che farà da base alla discussione della tavola rotonda del 16 aprile, al “Pizza World Show”, Fiera Parma.
A sviluppare una domanda di lavoro qualificato così alta nelle pizzerie, dove la forza lavoro complessiva arriva a 240mila occupati, è la produzione. Che siano destinate al servizio al tavolo o a quello da asporto, a sfornare pizze sono 25mila pizzerie e altrettante sono quelle che sfornano pizza a taglio, generando un fatturato aggregato di circa nove miliardi di euro. La difficoltà nel reperire personale esperto porta i gestori, almeno in un caso su cinque, ad accontentarsi di reclutare person ale non qualificato a cui erogare (40% dei casi) formazione adeguata. L’80% del fabbisogno di pizzaioli specialisti riguarda le piccole imprese ed oltre un’assunzione su due tra quelle non stagionali è a tempo indeterminato.
Fra le curiosità maggiori che emergono dal report, dal punto di vista del consumatore, c’è sicuramente la scelta della pizza come alimento per la colazione (8%), mentre più scontato appare il 75% del campione che ne fa oggetto di cena. La pizza continua comunque a rappresentare un antidoto contro la crisi perché consente di consumare in compagnia un prodotto di qualità a buon prezzo. Secondo gli ultimi dati dell’osservatorio prezzi, infatti, un pasto in pizzeria, se l’ordinazione si limita a pizza e bibita, ha un costo compreso tra i 7 e gli 11 euro.
Il profilo classico della pizzeria, intesa come locale, è di 126 metri quadrati, con 67 posti a sedere interni e 23 esterni, un’apertura media annua di 280 giorni, un volume d’affari di 260 mila euro e 6,5 addetti.

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Il fast food più discusso su Facebook? È Applebee’s

11/04/2013

Fonte:retailfood.it

 

Uno studio della società statunitense Expion ha mostrato come stia crescendo il grado di coinvolgimento su Facebook delle catene di ristorazione americane. Come riporta il sito di Nation’s Restaurant News, nel primo trimestre 2013 le società monitorate hanno scritto in totale 8.208 post, i quali hanno ricevuto una media di 3.429 “fan actions”, cioè la somma di “mi piace”, commenti e condivisioni. Nel trimestre precedente i post erano stati di più, 8.719, ma avevano avuto una risposta inferiore, di 3.350 azioni in media.

I 100 post con maggiore riscontro sono stati scritti da 14 brand. I più presenti sono stati Applebee’s, che ne ha collezionati 30, Starbucks con 15, Taco Bell con 13 e McDonald’s con 11.
Il post che ha fatto più parlare è stato effettuato da Subway, per una promozione, e ha totalizzato oltre 418mila azioni.

L’iper-esposizione di Applebee’s su Facebook nasconde però a guardar bene un incidente di comunicazione molto grave, che insegna molto sulla delicatezza dei social network. A gennaio la società aveva ricevuto una valanga di critiche per aver licenziato una cameriera, rea di aver postato una foto dello scontrino di un cliente che non aveva voluto pagare la mancia del 18 per cento, prevista in automatico quando più di otto persone siedono a un tavolo.

L’uomo, un pastore protestante, aveva scritto sulla ricevuta (vedi foto): “io do il 10% a Dio, perché tu prendi il 18%”? e corretto la cifra “18%” con “zero”. La cameriera aveva quindi messo la foto sulla pagina “atheism” di Reddit’s, con la frase sarcastica: “My mistake sir, I’m sure Jesus will pay for my rent and groceries.”

Dopo il licenziamento della cameriera era partito un boicottaggio degli utenti sui social network. Il post di spiegazione di Applebee’s si è rilevato un boomerang, perché ha ricevuto 19mila commenti, in maggioranza negativi, e oltre mille condivisioni.

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Vini, tutti pazzi per i grandi rossi. I giovani preferiscono happy hour e ristoranti

Fonte: ilsole24ore.com di

8 aprile 2013

 

Gli uomini consumano vino ogni giorno, mentre le donne lo preferiscono legato a particolari occasioni e spesso fuori casa. E il consumo di vino diventa più regolare e meno saltuario al crescere della fascia d’età. Segno invece che le giovani generazioni concepiscono il vino sempre più come legato a occasioni particolari e quasi mai come regolare componente dell’alimentazione. Sono i principali risultati che emergono da un’indagine compiuta da Vinitaly su un campione di 3mila visitatori presenti in fiera e anticipati al Sole 24 Ore.

Risultati che se nelle loro tendenze generali non risultano rivoluzionari, tuttavia, se si vanno ad analizzare in base al sesso e alle sei diverse fasce d’età mostrano qualche sorpresa. Quasi il 44% degli uomini consuma vino tutti i giorni. Una percentuale che nonostante l’inesorabile calo dei consumi appare ancora significativamente elevata. La frequenza di consumo scende in maniera consistente nel caso delle donne che nella percentuale maggiore (42%) consuma vino meno di 3 volte a settimana.

Per i giovani il consumo non è mai quotidiano
Se si considerano le diverse fasce d’età, nei giovani fra i 18 e i 25 anni, il 45% degli uomini beve vino tre volte alla settimana, mentre la metà delle donne di quell’età, massimo una volta a settimana. Per entrambi i sessi il weekend è il momento in cui si concentrano i consumi con le ragazze che si dedicano di più all’aperitivo rispetto ai coetanei maschi. La preferenza per le donne per gli happy hour è confermata dalla location dei consumi che infatti per il 47% degli uomini è la casa mentre per ben il 67,7% delle donne è composta di ristoranti e locali pubblici.

Al crescere dell’età aumenta il consumo domestico
Il piacere di bere vino in casa aumenta proporzionalmente con l’età. Infatti la percentuale degli uomini che stappano una buona bottiglia in casa sale al 66% per quelli con età compresa fra i 35 e i 44 anni contro il 52% delle donne. Queste ultime inoltre, in base a quanto emerso dal sondaggio di Vinitaly, mostrano di scegliere il vino più prestando attenzione all’abbinamento alimentare che non lasciandosi condizionare dal prezzo. Passando poi alla fascia compresa fra i 45 e i 54 anni aumenta la propensione al consumo quotidiano che tocca il 49,9% degli uomini mentre le donne in maggioranza (38,6%) optano per il vino non più di tre volte a settimana. Dove il consumo di vino diventa quotidiano per entrambe le categorie è per i soggetti di età compresa fra i 55 e i 64 anni.

Per uomini e donne la priorità va a un vino rosso d’annata
Sotto il profilo della tipologia di prodotto la preferenza è assegnata tanto dagli uomini che dalle donne a un vino rosso d’annata, invecchiato e barricato. Anche la seconda opzione vede una sostanziate identità di vedute fra i sessi che infatti scelgono il vino bianco fermo. Al terzo posto però le donne collocano il Prosecco mentre gli uomini preferiscono un vino rosso da tavola.

In cima alle preferenze Veneto e Trentino
Sul piano delle regioni enologiche preferite dai wine lovers in testa c’è il Veneto, seguito dal Trentino Alto Adige, dal Piemonte e poi dalla Toscana. Mentre al di fuori dell’Italia la preferenza sia degli uomini che delle donne è assegnata alla Francia. Poi i gusti divergono con gli uomini che privilegiano i rossi di Spagna e Cile mentre le donne sono più in vena di sperimentazioni visto che optano per Germania e Nuova Zelanda.