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Il futuro è no cash

Accettare il pagamento di caffè e brioche con una “strisciata” non è uno scenario fantascientifico. Le nuove applicazioni tecnologiche saranno anche uno dei temi sviluppati dal Focus “Recuperare efficienza e marginalità” (ore 11.20)

Un cliente entra nel vostro bar, “armato” di smartphone. Ordina caffè e brioche e, dopo aver consumato, estrae il cellulare, geolocalizza un pacchetto di caramelle esposto sul bancone e riceve in tempo reale uno sconto digitale sugli altri prodotti d’impulso commercializzati dal locale e avvicinando il telefonino al registratore di cassa “paga” la colazione con un semplice “touch”. No, non siamo sul set del remake di “Blade Runner”, ma perfettamente calati nella realtà. Proprio lo scorso mese, a Milano, Vodafone ha sperimentato Smart Pass Nfc, sistema di pagamento integrato nel cellulare sviluppato in collaborazione con CartaSì e MasterCard. Nella “sim” dello smarthphone è stata infatti inserita una carta prepagata che consente di effettuare pagamenti in modalità “contactless”. E sempre Vodafone insieme a Telecom, Wind, 3 e PosteMobile ha recentemente annunciato un accordo per lo sviluppo di una piattaforma di “mobile payment”, sempre basata su tecnologia Nfc (Near Field Communication), al fine di garantire l’interoperabilità delle soluzioni tecniche secondo gli standard Gsma, l’associazione internazionale degli operatori mobili. L’obiettivo è la creazione di un sistema nazionale che permetta una diffusione dei servizi di pagamento “contactless” tramite smartphone. I piani di sviluppo degli operatori prevedono la realizzazione di un’architettura che possa semplificare l’integrazione di un numero crescente di banche e istituti che emettono carte di pagamento e permettere loro di offrire servizi sulla nuova piattaforma mobile. Entro la fine del 2015, secondo le previsioni dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, ci saranno in Italia dai 20 ai 25 milioni di cellulari abilitati ai pagamenti “contactless” con tecnologia Nfc e circa 300mila Pos di ultima generazione. Quella del “mobile” è una rivoluzione che riguarda molto da vicino il mondo dei pubblici esercizi. Per convincersi basterebbe leggere la notitzia, andata in rete lo scorso agosto, dell’accordo tra Starbucks e Square, start up specializzata nei pagamenti via cellulare creata da Jack Dorsey, cofondatore di Twitter. L’investimento della catena di caffetterie è stato di 27 milioni di dollari e, oggi, Howard Schultz, il mitico ceo e presidente di Starbucks, siede nel board direttivo della start up. La “magia” di Square sta in un cubetto bianco di plastica che collegato all’uscita audio di uno smartphone è in grado di processare qualunque transazione via carta di credito o carta di debito. L’applicazione, che il consumatore può tranquillamente scaricare sul proprio telefonino, si chiama “Pay for Square” ed già “accettata” in circa 7mila punti vendita americani della catena. Per dare una dimensione della potenzialità dell’accordo tra Starbucks e Square, basti pensare che la piattaforma digitale inventata da Dorsey ha già superato i 2 milioni di utenti e può contare, secondo fonti aziendali, su un volume di transazioni pari a 6 miliardi di dollari. Square trattiene sui pagamenti una commissione del 2,75% che, a conti fatti, non è proprio poco. Tornando in Italia, a fronte di una moltiplicazione delle soluzioni di pagamento “contactless” e di annunci di soluzioni rivoluzionarie, il fronte industriale appare tuttavia, ancora molto frammentato e anche dal punto di vista degli standard tecnologici da adottare a livello internazionale siamo lontani da una soluzione condivisa a livello di produttori, operatori di telefonia mobile, banche e società emettitrici di carte di credito.

Il problema dello standard tecnologico
Ad esempio, la recente decisione della Apple di escludere la tecnologia Nfc dall’iPhone 5 sta mettendo a rischio l’adozione su larga scala della tecnologia Nfc che ha tra i maggiori sponsor i principali circuiti di carte di credito, come Visa e Mastercard, Google e, sul fronte dei produttori, big come Samsung e Nokia. Resta, dunque, da sciogliere il nodo strategico dello standard tecnologico. Ma ci sono altri ostacoli. Primo fra tutti l’uso del contante che in Italia viaggia ai massimi livelli. Secondo i dati della Banca Centrale Europea, siamo il Paese con una percentuale di utilizzo di moneta elettronica tra i più bassi a livello continentale: il 77% delle transazioni superiori ai 100 euro viene infatti effettuato ancora in contanti. E, in base a una recente ricerca Unicredit – Cittadinanzattiva che coinvolto 1.500 cittadini, risulta che 9 volte su 10 il consumatore preferisce pagare cash, sebbene, ormai, 8 esercizi commerciali su 10 accettino, anche se a volte con qualche difficoltà, il pagamento in moneta elettronica. Solo la Polonia effettua più transazioni cash rispetto all’Italia. Questo massiccio uso del contante ha ovviamente un costo economico, che si riversa su spese e commissioni bancarie, e un costo sociale stimato in circa 10 miliardi di euro annui di possibile elusione fiscale. Dunque, sulla carta, l’utilizzo di carte di pagamento andrebbe a vantaggio di tutto il sistema economico. E, spiegano gli esperti del settore, porterebbe anche a un abbattimento delle commissioni che gli esercenti devono pagare quando accettano pagamenti con bancomat o con carte di credito. Un fardello di non poco conto, considerando che più gli scontrini sono bassi, maggiore è il peso di questi oneri a cui spesso si aggiungono costi più o meno occulti come i costi di installazione del Pos o i canoni mensili di utilizzo. Se quello delle commissioni è certamente un ostacolo allo sviluppo dei mezzi di pagamento elettronici e in mobilità, è altresì vero che la strada della modernizzazione sembra essere ormai senza ritorno. Non lo dimosterebbe solo la vivacità di iniziative intraprese dall’industria, dai circuiti bancari o dagli operatori di telefonia mobile, ma anche dalle iniziative intraprese a livello governativo ormai orientate a circoscrivere, se non addirittura eliminare, l’uso del contante. Il Decreto Sviluppo bis, approvato lo scorso ottobre dal Consiglio dei Ministri, prevede, senza mezzi termini, che “i soggetti che effettuano attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, saranno tenuti, dal 1 gennaio 2014, ad accettare pagamenti con carta di debito». Con decreti ministeriali verranno presto disciplinati anche gli importi minimi, termini e modalità.Infine, molto dipenderà anche dai risultati dei primi test avviati sul campo dai produttori di “device” da applicare a telefonini o tablet. Iniziative che puntano proprio al target delle microimprese, taxisti, piccoli ristoranti, locali che fanno consegne a domicilio ecc.: un esercito di imprenditori storicamente poco propensi all’innovazione e dove la maggioranza è ancora sprovvisto del tradizionale Pos.

Claudio Bonomi

Fonte: bargiornale.it

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