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Donne in franchising. Il 35% delle imprese ha una titolare donna

Donne in franchising. Il 35% delle imprese ha una titolare donna

Donne in franchising – Il mondo del franchising si tinge sempre più di rosa. Le statistiche del 2016, infatti, confermano il trend in crescita per le donne nel mondo del franchising, il settore del commercio e dei servizi in affiliazione che ha un giro d’affari di 23 miliardi di euro l’anno.

Secondo le rilevazioni riportate da Donnainaffari.it, tra i 51 mila franchisee titolari di un negozio o di un centro servizi in franchising, le donne risultano essere 17.800 a fine 2016, pari al 35% del totale (con un aumento del 2% rispetto al 2015).

Una crescita analoga si registra nel popolo del franchising, cioè tra quel mezzo milione di italiani che ogni anno si avvicina con interesse alla formula del franchising: qui le donne sono 160.000, pari al 32% del totale(con un aumento dell’1,8% rispetto al 2015).

E una conferma viene anche dalla fiera di settore, il Salone del Franchising Milano, che ha registrato tra i suoi visitatori il 31% di donne (con un aumento del 4% rispetto al 2015).

Pur essendo maggiore il numero degli uomini che si avvicinano al mondo del franchising, è superiore il numero delle donne che chiudono effettivamente un contratto e divengono franchisee.

Donne in franchising. Il 35% delle imprese ha una titolare donna

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Il franchisor italiano non “parla” con i candidati franchisee

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In Italia il sistema del franchising – soprattutto nell’ambito della ristorazione – non è ancora sviluppato come potrebbe in quanto l’intero settore sconta di una visione miope da parte degli imprenditori che, invece, dovrebbero essere il motore trainante del comparto. E’ questo, a grandi linee, il grido di allarme che da più parti si solleva nell’ultimo periodo.

Ma qual è la situazione del settore della ristorazione in franchising, quali sono le pecche più evidenti e come risolvere la situazione?

In realtà non è proprio corretto affermare che nella nostra nazione il franchising non abbia ‘attecchito’ quanto piuttosto sottolineare come a trovare fortuna siano soprattutto i brand stranieri che hanno compreso, meglio e prima dei nostri italiani, quanto il segreto del successo per una buona campagna di affiliazione sia da ritrovare in un corretto utilizzo della comunicazione on e off line. Accade, così, che l’Italia – paese a vocazione prettamente culinaria e famoso nel mondo per essere il portabandiera della dieta mediterranea – diventi ‘terra di conquista’ per i più lungimiranti brand stranieri che, invece, basano le loro campagne di affiliazione e di ricerca di franchisee proprio ed esclusivamente sull’utilizzo dei nuovi sistemi di comunicazione.

Gli imprenditori italiani della ristorazione hanno purtroppo dimostrato nel corso degli anni di non saper sfruttare ciò che la nuova tecnologia ha messo loro a disposizione. In particolare, appare evidente che una delle lacune peggiori consista in uno scarso – se non addirittura nullo – utilizzo di internet e dei social network. Da una prima analisi, ad esempio, dei siti dei principali brand di ristorazione in franchising si evidenzia come i profili aziendali siano scarsamente curati, spesso carenti dal punto di vista delle informazioni proprio sull’argomento che più può interessare i potenziali franchisee come regole di affiliazione e costi, solo per citarne alcuni. Infine, è altrettanto evidente come il mondo imprenditoriale italiano non sfrutti il web come strumento di comunicazione per la creazione di un filo diretto con i loro potenziali affiliati.

Nel mercato attuale, infatti, la competizione fra i diversi operatori è serrata e senza esclusioni di colpi. Per conquistare l’imprenditore e trasformarlo in franchisee occorre quindi, riuscire a rendersi appetibili con un’offerta che vada a sposare perfettamente le sue esigenze. E quale modo migliore di scoprire gusti, esigenze e desideri dei propri potenziali franchisee se non quello di avere con loro un dialogo aperto ed interattivo come solo, ad esempio, attraverso i social network è possibile aprire?

Va detto, però, che il web – in particolare proprio quei social network che sono così importanti per sondare opinioni e gusti del proprio target di riferimento – può anche rivelarsi un’arma a doppio taglio se non viene gestito nel modo più corretto. Per quei brand italiani di ristorazione in franchising che non abbiano al proprio interno le competenze specifiche per affrontare la sfida del 2.0 il consiglio, allora, è uno solo: rivolgersi ad un partner esperto del settore che saprà consigliare e selezionare le strategie migliori per implementare e sviluppare le proprie tecniche di comunicazione on line.

Giovanni Zappalà  – LifeIsWeb Limited per RistorazioneInFranchising.it

Lunedì 25 maggio 2015

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Perchè devo pagare il franchisor per lavorare?

franchisingIl franchising, o affiliazione, è una tipologia contrattuale sempre più diffusa in Italia e questo perché permette di lavorare con grandi marchi, che spesso operano solo con tale modalità, e quindi di poter far affidamento sulla solidità e nomea del marchio stesso. Vediamo però nel dettaglio cosa comporta questo contratto.
Il contratto di franchising si svolge tra due soggetti, il franchisor o affiliante che è una società commerciale proprietaria del marchio stesso e il franchisee o affiliato che è il soggetto che aderisce alla formula e ottiene la possibilità di lavorare in eslusiva con quel marchio.
Per poter entrare a far parte di un rapporto di franchising è necessario sostenere dei costi iniziali corrispondenti alla quota di ingresso, questa può essere di vario ammontare, tutto dipende dalla politica adottata dal franchisor, in alcuni casi, rari, può trattarsi semplicemente di un quantitativo minimo di prodotti da acquistare, in questo caso di solito spetta al franchisee l’allestimento dei locali, nella maggior parte dei casi invece devono essere versati dei soldi. Il contratto sottoscritto oltre all’obbligo del pagamento della quota di ingresso prevede anche l’acquisizione di diritti da parte del franchisee. Di seguito indichiamo i principali diritti acquisiti con il contratto.

Il contenuto concreto del contratto può divergere da società a società, ma in genere con il marchio viene data anche un’esclusiva di tipo territoriale ovvero il franchisor si obbliga a non stipulare altro contratto di franchising nella zona di competenza del franchisee. La zona di esclusiva territoriale può essere più o meno ampia in base al mercato stesso e può comprendere anche più regioni, è solitamente un’area circolare al cui centro vi è il punto vendita. L’esclusiva territoriale comporta il beneficio di avere bacino di clientela garantita e minore concorrenza.
Un altro beneficio è dato dal lavorare con un marchio solido che ha già un suo pubblico e questo porta ad avere da subito introiti proprio grazie al fatto che sfrutta la credibilità che è già stata costruita dal franchisor che, dal canto suo ha già sperimentato il settore e ne conosce le leggi di mercato, effettua sondaggi, studi di settore, studia campagne pubblicitarie diffuse spesso a livello internazionale, sa ciò che può attrarre il cliente, ciò che invece lo allontana.
Nella maggior parte dei casi nella quota di ingresso è previsto anche l’allestimento del locale e di sicuro questo è un risparmio notevole per il franchisee, lo stesso viene poi periodicamente aggiornato e quindi si ha il beneficio di poter rinnovare l’aspetto del locale e attrarre clienti nuovi.
Non è raro poi il caso in cui il franchisor offra anche dei corsi di aggiornamento per gli addetti, questo comporta per il franchisee la possibilità di avere personale altamente qualificato all’interno del locale e quindi anche il vantaggio di adottare politiche vincenti che altrimenti non sarebbe possibile sostenere soprattutto per i piccoli imprenditori.
In conclusione appare evidente che un piccolo imprenditore da solo non ha la capacità, soprattutto economica, di lanciare un’attività a questi livelli e quindi rischia di uscire dal mercato ancor prima di entrarvi. Facendo un bilancio tra ciò che si ottiene con il contratto di franchising e ciò che si paga come quota di ingresso, si nota subito che i vantaggi sono tanti e vale la pena fare un sacrificio iniziale per poter beneficiare della solidità del franchisor.

Redazione ristorazioneinfranchising.it

Lunedì 30 dicembre 2013

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Settecento aperture in franchising nel 2014 con la creazione di 4.200 posti di lavoro

lastampaFonte:  www.lastampa.it

di Walter Passerini

20 dicembre 2013

 

L’affiliazione di marca segnala nuovi investimenti e nuova occupazione. Ecco in sintesi il Rapporto Confimprese per il nuovo anno e i punti vendita previsti

Oltre 700 aperture per 4.200 nuovi posti di lavoro nel 2014. Con questo biglietto di auguri per il nuovo anno i piani di sviluppo degli associati Confimprese sono una bella notizia. Lo studio, condotto dall’Osservatorio Confimprese sull’intera base associativa dell’affiliazione di marca nel mese di dicembre, registra 726 nuovi punti vendita per un totale di 4.167 nuovi posti di lavoro. In un momento in cui i negozi abbassano le saracinesche, gli associati di Confimprese mostrano segnali di dinamicità. «Il clima di fiducia è migliorato – dichiara Mario Resca, presidente Confimprese – anche se l’Italia rimane al momento molto distante da Germania e Inghilterra, le nostre imprese fanno quadrato attorno alla forza del brand e sfruttano nel modo più ottimale i vantaggi della catena e dell’affiliazione. È questa la forza del franchising, che anche in tempi di crisi, permette una maggiore tenuta dei fatturati e dell’affluenza in negozio, con una prevalenza marcata per la domenica, giorno in cui si effettua il 25% degli acquisti del totale settimana. Se guardiamo i dati, conforta il fatto che comunque le nostre imprese continuano ad aprire nuovi punti vendita e creano occupazione e indotto».

Aperture e nuova occupazione per settore. Il settore più vitale è quello della ristorazione. Il gruppo Cremonini con il marchio Roadhouse Grill (46 locali all’attivo) sta bruciando le tappe. Previste 20 aperture con 20 persone a locale, che significa 400 nuovi posti di lavoro. Il gruppo modenese persegue anche la strada del co-branding, che prevede aperture in partnership con un altro marchio di assoluta riconoscibilità all’interno di spazi comuni. L’ultimo esempio risale agli inizi di dicembre con l’apertura di una steakhouse presso il Tiare Shopping di Ikea a Villesse (Gorizia), primo esempio in Italia di un centro commerciale integrato in un negozio Ikea all’interno della stessa struttura con accesso diretto dalla galleria. Non da meno Burger King: previsti 30 nuovi locali nel 2014 con 20 addetti ciascuno (600 in totale). Le location migliori sono quelle in prossimità della grande viabilità più che nei centri storici. Per Rossopomodoro i locali in apertura sono 15 di cui 4 all’estero tra Londra e Stati Uniti, dove il made in Italy è sempre molto richiesto. In totale saranno 110 i nuovi addetti. Privilegiata la formazione: per ogni ristorante l’accademia Rossopomodoro forma manager, pizzaiolo e cuoco. Wommy, la catena nata per vendere hot dog, tra i maggiori produttori di wurstel, ha lanciato nel 2013 i supermercati Cook aprendone 10 in quasi 5 mesi soprattutto al Sud. Si tratta della creazione di una rete di affiliazione mediante la brandizzazione del punto vendita e/o dei reparti freschi (salumeria, macelleria, panetteria e gastronomia) dei punti vendita indipendenti, offrendo un nuovo modello assortimentale e un servizio logistico giornaliero. Nel 2014 nasceranno 50 supermercati a insegna Cook con 4 persone a punto vendita (200 in totale) e una metratura dai 200 ai 400 mq.

Il Gruppo La Piadineria continuerà l’ampliamento della propria rete con l’obiettivo di aprire almeno 10 punti vendita, replicando i numeri del 2013. I nuovi negozi (che vedono impegnati in media 6/7 addetti) saranno aperti perlopiù in gestione diretta, ma anche con la formula dell’affiliazione, privilegiando location di primo livello nei centri storici oppure nelle food court dei centri commerciali, outlet o retail park. La distribuzione geografica dei futuri punti vendita consoliderà la presenza del marchio nel nord Italia (Lombardia, Veneto e Emilia) e nell’area di Roma. Il marchio Wok è fortemente sbilanciato sul canale travel retail: nel 2013 ha ristrutturato diversi locali in Stazione Termini a Roma, in Santa Maria Novella a Firenze, in alcuni outlet a Castel Romano e Barberino. Previste tra le 5-6 aperture, la prossima sarà alla stazione di Roma Tiburtina.

Nel biologico, che rappresenta l’1% del totale food, la catena Ecornaturasì, il maggiore operatore nazionale con 160 milioni di vendite, ha una previsione di 15 nuove aperture, contando anche sul buon andamento del settore (+8%). Da registrare nel settore l’avvio delle catene targate Almaverdebio/Ki Group e Eurospin/Scotti.

Nella cioccolateria buone previsioni per il gruppo Lindt, che oltre ad aprire 4 nuovi negozi completi anche di gelateria per coprire il periodo estivo con un prodotto diverso dal cioccolato (36 persone impiegate in totale), ha inaugurato un nuovo format, quello di aperture temporanee, a Natale e a Pasqua, per sfruttare l’alta stagionalità del cioccolato: novembre-dicembre e marzo-aprile sono i mesi in cui Lindt registra i due terzi del fatturato annuale. Nei temporary shop lavorano 4 addetti con un contratto a tempo determinato.

Nell’abbigliamento, Original Marines (684 negozi nel mondo di cui 595 in Italia) ne ha aperti 24 nel 2013 e altrettanti ne aprirà nel 2014: solo il 20% sono diretti, tutto il resto è in franchising. La carta vincente per l’azienda napoletana si gioca sull’estero, in Europa in particolare, dove si concentra l’80% dei punti vendita in franchising e dove sono previste numerose nuove aperture. Piazza Italia (200 negozi), nel corso del 2013 ha aperto 8 negozi Kids puntando sulla competitività dei prezzi più bassi rispetto alla concorrenza. Quanto all’abbigliamento in generale, il gruppo partenopeo prevede di aprire 40 negozi di cui 25 diretti e 15 in franchising (10 addetti a pv), privilegiando soprattutto i centri storici. Buone anche le prospettive sull’estero (Europa dell’Est e in Indonesia), dove Piazza Italia ha già 70 negozi, di cui l’ultimo aperto in novembre a Mosca. Il gruppo Pianoforte Holding, che comprende Yamamay per l’intimo, Carpisa per la valigeria e Jacket per l’abbigliamento sportivo tecnico, aprirà un totale di 80 nuovi negozi sia nei centri storici sia all’interno delle gallerie commerciali senza distinzioni territoriali, dal Nord al Sud (240 addetti totali). Camomilla Italia (200 punti vendita di cui 110 in franchising), ha in programma 11 aperture nel primo trimestre con 2 addetti alla vendita per ciascun punto vendita, che salgono a 3 quando il negozio è ubicato in un centro commerciale a causa della metratura più elevata. L’azienda napoletana ha un posizionamento prezzi e target superiore alle grandi catene come H&M e Zara, ma inferiore a Max Mara e Max &Co, e si sta concentrando su uno sviluppo a 360° su più canali (centri commerciali, travel retail e su strada). In particolare nell’ultimo anno si è assistito a un incremento nel canale travel, con un’apertura sperimentale di un temporary shop nella stazione di Roma Termini, seguita da altre nel corso dell’anno sempre in stazioni ferroviarie. Ha appena aperto un negozio a Roma Tiburtina, uno a Fiumicino Terminal 3 e uno alla stazione Santa Maria Novella di Firenze. Delle 11 aperture del primo trimestre, ne sono previste 3 alle stazioni di Bologna, Venezia e all’aeroporto di Firenze. Per Kiabi, numero 1 in Francia nel settore delle grandi taglie e per le donne in dolce attesa, le aperture saranno 4 (15 addetti a punto vendita) per un totale di 60 persone. Ampie le metrature, 1.500 mq per singolo pv, assortimento prodotti molto ricco, prezzi competitivi e marginalità bassa. La filosofia del gruppo si basa, innanzitutto, sulla posizione strategica della location e sulla ricerca di nuovi format commerciali, come la recentissima apertura all’interno del Parma Retail, il nuovo polo con oltre 100 negozi e una superficie complessiva di 43mila mq.

Nell’abbigliamento bambino, non si registrano cali di fatturati. Bimbo Store, che offre 17 mila referenze da 0 a 4 anni in punti vendita che vanno dai 300 ai 1.000 mq, registra un +10% sulle vendite. Ha mantenuto i piani di sviluppo 2013, 11 nuovi punti vendita con una media di 14 persone ciascuno nel 2013, e prevede 14 nuove aperture per il 2014, di cui 4 dirette e 10 in franchising. Saranno 14 le aperture per Miniconf, cui fanno capo i marchi Sarabanda e Ido, 2 dirette per un totale di 8 persone, 12 in affiliazione per un totale di 24 nuovi addetti alla vendita.

Nelle calzature AW Lab ( Athletes World del gruppo Bata) aprirà tra 25 e 30 nuovi negozi con una media di 4 addetti a punto vendita. Per il marchio sportivo le vendite nel fine settimana arrivano a pesare tra il 50-60% del fatturato dell’intera settimana.

Nella gioielleria Stroili Oro prevede un massimo di 3 aperture con 3 commesse per ciascun negozio sia nei centri commerciali sia nei centri storici delle città. Il brand di gioielli si è aggiudicato, per il terzo anno consecutivo, il premio Retailer of the Year 2013, per la qualità del servizio offerto ai clienti.

 

Nell’accessoristica/oggettistica Nau! conta su 20 aperture per un totale di 100 persone impiegate. A farla da padrone più che gli occhiali da vista sono quelli da sole, con un lancio di nuovi prodotti circa una volta al mese. Per Thun i punti vendita dovrebbero essere una decina con 3 addetti vendita ciascuno, compreso il nuovo format di oggetti per i bambini, mentre L’Erbolario, specializzato nei prodotti di erboristeria, prevede 20 nuovi piccoli negozi (60 persone in totale) prevalentemente nei centri storici delle città in un’ottica di riqualificazione dei centri urbani. La vera differenza in questo settore la fanno domeniche e festivi, giorni in cui nei centri commerciali si registrano forti ingressi a differenza dei centri città.

Il settore dell’entertainment-giochi-tempo libero, che nei primi 8 mesi del 2013 ha perso a valore il 5,2% (dati Confimprese Lab-Nielsen), si aspetta una leggera ripresa grazie all’arrivo di molte novità digitali e delle nuove console. Per Game Stop si parla di 10 nuovi punti vendita (con 1 persona full-time e 2 a mezza giornata ciascuno), prevalentemente nelle gallerie commerciali considerate traffic builder e dunque in grado di generare maggiori flussi di cassa. La più grande catena italiana per la vendita di hardware e software videoludico ha da tempo lanciato l’iniziativa Mobile Zone, inserendo in una cinquantina circa di punti vendita sparsi per l’Italia un corner dedicato alle migliori novità riguardanti smartphone e tablet. Lo scorso ottobre ha spostato la mobile zone anche al di fuori dei punti vendita Game Stop, grazie all’apertura in via Marghera a Milano del primo negozio ‘stand-alone’. Oltre a prezzi esclusivi per il franchising Mobilez, Game Stop ha trasportato la politica di ritiro e valutazione dell’usato anche in ambito telefonico, offrendo incentivi e sconti sui nuovi acquisti per chiunque voglia rottamare il proprio vecchio cellulare o tablet. Interessante l’idea di estendere l’iniziativa anche al ritiro di videogiochi e console, allargando, almeno a livello commerciale, ancora di più la reciprocità di questi due mercati ormai sempre a più stretto contatto.

Per le librerie, settore che ha registrato nei primi 8 mesi una leggera crescita dell’1,3% a valore (dati Confimprese Lab-Nielsen), Mondadori Franchising (500 librerie in franchising, 9 multicenter, 9 librerie dirette) dichiara 20 nuove aperture dopo le 27 del 2013 tra Mondadori (150-170 mq) ed Edicolè con una media di 2 addetti alla vendita e di 1 per Edicolè (70mq), in considerazione del fatto che ogni commesso genera circa 180-200mila euro di fatturato l’anno. La Feltrinelli prevede 3 aperture per un totale di 30 persone impiegate.

Ridimensionamento nell’immobiliare, dove Tecnocasa prevede di aprire 108 agenzie affiliate di cui 93 Tecnocasa e 15 Tecnorete con una media di 3-4 addetti a punto vendita. Frimm ne ha in programma 160 per un totale di 240 addetti. A fare da traino sono i contratti tutto sommato economici e assolutamente non vincolanti per gli operatori. E il fatto di essere posizionati sul mercato con una piattaforma Mls che viene sempre più inclusa nell’operatività standard degli agenti immobiliari.

Nel settore poste KiPoint (Poste Italiane) ha rispettato i piani di budget sia come risultato aziendale sia come aperture: 10 i punti vendita aperti nel 2013 e a 13 quelli previsti per il 2014 con una media di 2 persone assunte per negozio.

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100 nuovi McDonald’s in Italia. Cariparma sostiene i franchisee

100-nuovi-McDonald-in-Italia-Cariparma-sostiene-ifranchiseeIn un mercato del lavoro italiano in forte e costante contrazione, fa scalpore la notizia di aziende che avviano piani di assunzione, soprattutto se assumono dimensioni molto rilevanti. Mc Donald’s, multinazionale americana leader nel settore del fast food su scala mondiale, ha deciso di investire pesantemente nel nostro paese, prevedendo per il triennio 2013-2015 l’apertura di 100 nuovi ristoranti dislocati in tutta la penisola e la conseguente assunzione di 3.000 nuovi dipendenti a tempo indeterminato.
Fondata nel lontano 1940 dai fratelli Richard e Maurice McDonald, la catena ha aperto il primo punto vendita italiano a Bolzano nel 1985. Nel corso degli anni la presenza è diventata sempre più capillare, fino a raggiungere il numero di 100 ristoranti nel 1997, 200 nel 1998, 300 nel 2001 e 400 nel 2010. Attualmente i ristoranti attivi nella penisola sono ben 470 e la strategia aziendale è ulteriormente orientata alla crescita e alla ramificazione su tutto il territorio. Seguendo la prassi consolidata, l’80% dei nuovi ristoranti verrà aperto in franchising, con capitale sociale posseduto direttamente dai singoli investitori, che saranno sostenuti finanziariamente dall’istituto di credito Cariparma (in maniera simile a quanto già avvenuto in Francia con Crédit Agricole, capofila del gruppo bancario).
Gianluca Borrelli, Direttore Centrale Retail di Cariparma Crèdit Agricole ha illustrato, in un comunicato stampa pubblicato sul sito ufficiale della banca, le motivazioni che hanno spinto il gruppo bancario a sostenere in maniera così imponente il progetto di crescita della multinazionale, in un periodo di stretta creditizia come quello attuale. Tra le due società ci sono molti punti di contatto. Innanzitutto la banca, da sempre fortemente vocata a sostenere il settore alimentare, riconosce la strategia vincente di McDonald’s, in grado di generare profitti e occupazione investendo in progetti territoriali e ritiene per questo motivo l’investimento a basso rischio (oltre a rappresentare un ottima opportunità per acquisire clienti potenziali). Anche dal punto di vista etico ci sono molti aspetti compatibili. Cariparma è particolarmente attenta all’aspetto sociale (redige il bilancio sociale) e McDonald’s attua una strategia fortemente orientata alla riduzione dell’impatto ambientale derivante dalla propria attività, che si esplicita in azioni concrete quali la produzione di bio-diesel utilizzando oli usati, la progettazione dei ristoranti attuata in maniera tale da ridurre il consumo energetico, il rispetto dei parametri richiesti dallo Standard Qualivita.

Redazione ristorazioneinfranchising.it

Lunedì 13 dicembre 2013

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