Rassegna stampa food and beverage

Vino: in Italia, poco ma bio. Nel mondo, boom di spumanti.

ristorazione_e_cateringFonte: www.ristorazionecatering.it

di www.ristorazionecatering.it

01/7/2013

 

Assoenologi presenta i dati sul vino italiano venduto all’estero: una bottiglia su cinque nel mondo è italiana. Il secondo rapporto “Vino. Futuri possibili” traccia il profilo del consumatore italiano di vino: curioso ed educabile.

In attesa di scoprire pregi e difetti della prossima vendemmia, dall’Istat e da Assoenologi arrivano i dati sulla produzione 2012 e sullo stato dell’arte del primo trimestre 2013. Produzione che, come si prevedeva dalle passate proiezioni, ha registrato un segno meno tra quelli più significativi degli ultimi decenni, ma che è controbilanciato dalla crescita delle vendite del vino italiano all’estero. E che crescita.

“Nonostante la crisi, a fine anno, abbiamo avuto un incremento di 6,5% in valore e di -8,8 in volume a causa del crollo, principalmente, dello sfuso e di alcune tipologie che il mercato con sempre maggiore difficoltà assorbe. Sta di fatto però che esportiamo meno vino ma introitiamo di più, il che significa che mandiamo all’estero prodotti con sempre maggiore valore aggiunto. E questo non è poco” commenta Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi.

Secondo le stime elaborate dal Centro studi di Assoenologi, una bottiglia su cinque di vino venduta nel mondo è italiana, percentuale impensabile fino a pochi anni fa e che fa riflettere: sulle opportunità che le numerose aziende vitivinicole italiane possono cogliere nei mercati stranieri, sulla necessità di colmare lacune culturali e logistiche che non si può più rimandare al fine di creare business in quei paesi dove la sete d’Italia è più che mai viva e vegeta.

L’incremento di vendite all’estero nei primi tre mesi del 2013 ha segnato un + 10% in valore, superando la soglia di 1,1 miliardi di euro, grazie anche alla crescita di introiti in Unione Europea (+8,7%) e nei Paesi Terzi (ben +10,9%). “Dopo i grandi successi ottenuti nell’area nordamericana, l’Estremo Oriente si profila come un potenziale eldorado per le imprese”, sottolinea Martelli. E nel Far East la domanda di vino italiano segna infatti numeri incoraggianti: +23% in Corea del Sud e +11,2% in Cina.

Cosa si vende di più? È il boom degli spumanti, che mostrano una crescita in volume del +13,0% (da 325 a 367 mila ettolitri): il valore mostra un balzo da 108 a 130 milioni di euro +19,7%, mentre i volumi lievitano da 325 a 367 mila ettolitri, +13,0%. In dettaglio, l’Asti cresce in valore da 20,9 a 27,3 milioni di euro, +20,5% e il Prosecco – più in generale il grande segmento denominato “Spumanti Dop”- da 55,6 a 71,8 milioni di euro, +29,2%.

“L’atmosfera positiva che aleggiava tra gli operatori al recente Vinitaly – conclude il direttore di Assoenologi – trova ampia conferma nei dati ufficiali. Il prossimo auspicio è che il successo del vino possa divenire contagioso per l’intero Made in Italy. Nell’attesa possiamo concentrare l’attenzione ai nuovi mercati dell’Estremo Oriente e ricostruire in Cina quel processo che ha suggellato il trionfo del vino italiano negli Stati Uniti”.

E in Italia, qual è lo scenario? Dal secondo rapporto sulla filiera vitivinicola “Vino. Futuri Possibili” presentato dal Gruppo 24 ORE in collaborazione con l’esperta in tendenze alimentari e sociali Marilena Colussi, l’istituto di ricerche Doxa-Marketing Advice ed il panel HQ24 (high Quality Panel) del Gruppo 24 ORE, se da un lato emerge una drastica riduzione dei consumi – 37 litri pro-capite, la metà rispetto agli anni 80), dall’altro l’italiano che beve vino lo fa in maniera diversificata, nelle tipologie, nei modi e nei luoghi di acquisto e di consumo.
Sono in crescita dunque i locali e i ristoranti che propongono il vino al calice, è crescito l’acquisto nella GDO ma anche l’acquisto diretto dal produttore o in cantina e via internet, canale che sa proporre in maniera funzionare e semplice prodotti di qualità con formule di acquisto competitive, anche se ancora da sviluppare: l’e-commerce necessiterebbe di una strategia digitale capace di integrare la capacità di racconto del vino con le informazioni pratiche, a partire dalle aziende stesse, molte delle quali hanno ancora poca dimestichezza con la comunicazione digitale, social network inclusi. Dalla ricerca emerge poi come oltre la metà del campione intervistato assaggi il vino alla passione, al gusto, alla ricerca di qualità, che si traduce e si associa, mai come ora, in naturalità e salubrità.

Rispetto al futuro, dal dibattito che ha seguito la presentazione dei dati, presso la sede milanese de Il Sole 24Ore, si è ipotizzato uno scenario che potrebbe vedere la copresenza di “vini bevanda”, più facili da bere perché con una minore gradazione alcoolica, e vini del territorio, culturali, con una storia da tramandare. Un secondo elemento chiave su cui puntare potrebbe riguardare l’importanza di innovare anche sul fronte della coltivazione: l’introduzione di nuove varietà di vite resistenti alle malattie consentirebbe di rispondere alla richiesta del pubblico di avere vini “biologici” o, comunque, ottenuti da uve che hanno subito un numero inferiore di trattamenti. Il rapporto completo è consultabile all’indirizzo http://www.bargiornale.it/vino-2013/0,1254,87_FLP_1660,00.html

Alessandra Locatelli

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